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La mia migliore amica

 

 

La mia migliore amica

 

L’ultimo giorno dell’anno era arrivato. Le nostre compagne di classe si erano già organizzate da settimane, ma lei no, si era tenuta volutamente fuori da ogni impegno. Poche volte nella vita capita di incontrare persone come lei. Ci conoscevamo dall’infanzia, avevamo studiato sempre insieme, d’estate andavamo al mare, in una spiaggia piccola ma dalla sabbia sottile, quasi evanescente, era un posto sconosciuto ai più, ma era il nostro e di conseguenza era speciale.

 Nella nostra scuola eravamo tutte ragazze, e l’assenza di maschi rendeva tutte più irrequiete, quindi era facile ritrovarsi invischiate in qualche inutile conflitto. Ma lei cercava sempre di risolverli tutti, metteva sempre una buona parola, con un sorriso e una battuta smontava ogni tentativo bellicoso, anzi a volte si metteva in mezzo fisicamente, dividendo le isteriche di turno, e d’improvviso tornava il sereno. Io la ricordo così. Mi piace ricordare questo di lei.

Neanche le prof riuscivano ad adirarsi e a rimproverarla, anche quando ne combinava di tutti i colori. Ma c’era una cosa che mi colpì sul serio della mia amica, un gesto di generosità enorme, qualcosa che accadde ormai più di dieci anni fa.Non ci aveva pensato più di tanto. Lei non ne aveva bisogno, perché tutto ciò che le veniva dal cuore era spontaneo, puro, irripetibile.Ricordo che un pomeriggio, l’ultimo dell’anno, dopo aver studiato insieme, mi chiese se volevo accompagnarla in un posto.

“ Che posto?” Chiesi incuriosita.

“ E’ una sorpresa..” rispose lei, sorridendomi.

Imbacuccate come eschimesi, salimmo su un autobus verso una direzione per me sconosciuta. Avevamo sedici anni. Io avevo solo due cose in testa: il famoso dieci in italiano che non ho mai raggiunto, e lo studio in generale, e per fortuna aggiungo – visto che entrambe facevamo il liceo classico e le materie erano impegnative – e, ovviamente la ricerca del principe azzurro. Purtroppo o per fortuna, ero una romantica. E lo sono ancora.

Appena varcai la soglia, la osservai muoversi in quel luogo come se l’avesse frequentato da sempre. C’erano diversi anziani, alcuni stavano seduti nelle carrozzine. I volti dei presenti si illuminarono, sembrava che in una stanza buia e fredda fosse entrato uno spiraglio di luce bianca, una luce calda, abbagliante. Esplosiva. Ero sicuramente rimasta imbambolata, perché la mia amica afferro’ la mia mano e mi trascinò per presentarmi tutti. Mi guardai attorno, sorpresa.

 Era una casa di riposo. 

Mi sentii improvvisamente una ragazzina futile, inutile. Ero a disagio e provavo molta timidezza in quel posto. Percepivo anche uno strano odore, che definirei di “chiuso”. Mi sembrava tutto troppo grande per noi. Tuttavia, i miei futili pensieri erano volati via per sempre.

“ Chi di loro é tuo amico?” le domandai sottovoce.

“ Tutti Orni, soprattutto quelli che non vorrebbero esserlo!” E lanciò uno sguardo verso una signora dallo sguardo all’apparenza ostile.

Mi raccontò proprio di lei, della signora che iniziava a brontolare. Era in uno stadio avanzato di alzheimer. I figli, pur essendo benestanti e avendo ampio spazio nelle loro case, avevano deciso di liberarsi di lei, abbandonandola lì.

“ In che senso?” risposi, accigliata.

Lo sguardo della mia amica si fece cupo, e aspettò di allontanarsi con me per raccontarmi meglio. In pratica, non appena si era ammalata, l’avevano lasciata lì e non erano più andati a trovarla. Se non quell’unica volta all’anno, per gestire i pagamenti e tutte le faccende burocratiche. 

“ Cosa?” 

“ Esatto. Sta molto male, a volte non ricorda neanche chi io sia e mi manda via a male parole, seppur mi conosca ormai da più di un anno. Ovviamente io non me la prendo, so che, in fondo, mi vuole tanto bene. Altre volte invece mi dice che per lei sono come una figlia. Pensa che porto sempre con me un libro e glielo leggo. Quest’anno ne abbiamo letti una decina. Ha dei momenti di lucidità in cui si rende conto di essere stata abbandonata, e non se ne capacita poverina, comprende che forse essere tenuta a casa poteva essere pesante, ma non capisce il disinteresse – perché nessuno venga mai a trovarla o si preoccupi di come sta – mi racconta di tutti i sacrifici che ha fatto per i suoi figli, avevano un bellissimo rapporto – era rimasta vedova molto giovane, non aveva un lavoro e due figli piccoli da mantenere. Ma c’era una cosa che sapeva fare bene, e quella cosa fu quella che la salvò. Ed era la cucina. La signora cucinava benissimo…”
“ Era una cuoca quindi? ” Chiesi.

“ Non esattamente. Nel senso che lei cucinava dolci a casa sua e li vendeva, ne faceva moltissimi. Mi ha anche regalato il suo quaderno di ricette. E siccome nel piccolo paese in cui viveva sapevano tutti che era una brava signora e che il destino non era stato buono con lei, compravano sempre i suoi dolci, per le feste, compleanni, o la domenica al posto di quelli di pasticceria.

 Lavorava tutto il giorno senza mai riposarsi, e così manteneva i suoi due figli e riuscì anche a mandarli all’università. Per tutta la vita non si era mai concessa un solo sfizio, un viaggio, un cinema, una borsa buona, niente di niente. L’unica passione che coltivava, oltre la cucina, era la lettura. Molte persone nel paese, sapendo le condizioni economiche disagiate in cui versava, si procuravano sempre una manciata di libri usati per lei. Leggeva di notte, quando stremata andava a coricarsi anche lei, dopo aver fatto addormentare i due figli piccoli.

Si laurearono entrambi, diventarono medici. Uno dei due insegna pure all’Università qui a Palermo. Pensa che la signora ha anche dei nipoti che non ha mai visto…”

Ricordo che subito dopo aver ascoltato quel racconto, mi sentii bruciare dentro. Provai rabbia, frustrazione, disagio. Ascoltare quella storia così triste, fu come ricevere un pugno dritto allo stomaco. All’improvviso sentii che la signora non era più una sconosciuta per me, ma che volevo anche io diventare sua amica. 

“ Ma che stronzi…!” Risposi d’istinto, a voce un pò troppo alta.

“ Shh! Non possiamo giudicare le scelte degli altri, magari vederla così li fa soffrire troppo…”

“ Tu hai un difetto, vedi sempre il bene in tutti, ma a volte alcune persone fanno semplicemente schifo…”

“ Io ho fatto una cosa che non avrei dovuto fare..”
“ Al tuo solito! Che hai combinato?”
“ Gli ho scritto. Ad entrambi i fratelli. Uno mi ha risposto. L’altro invece no.”

“ E che ti ha detto?”

“ Che verrà a trovarla, anzi, penso che a momenti dovrebbe essere qui.”

“ A capodanno? E tu ci credi?”

“ Orni, da quando sei così pessimista?”

“ Non sono pessimista. Sono realista. Uno che lascia la madre sola in un posto come questo, dopo tutti gli sforzi di lei, dopo una vita di sacrifici per i suoi figli…”

Dopo una mezz’ora il figlio della signora, accompagnato dalla moglie e da un bambino piccolo, si presentarono. Lui era rosso in viso e si guardava attorno come se stesse cercando qualcuno. Era a disagio, si vedeva lontano un miglio. Per un attimo esitò, ed ebbi paura che volesse tornare indietro. In quel momento pensavo : Se prova a farlo dovrà vedersela con me. Lo andrò a prendere e lo trascinerò a viva forza…

La mia amica gli fece segno con la mano, regalando a tutti e tre un infinito sorriso.

Per fortuna, quello fu un momento di lucidità per la signora, che non appena incontrò lo sguardo del figlio, della moglie di lui e del bambino, scoppiò in lacrime, lacrime di gioia. Si abbracciarono, erano tutti commossi.

Anche io non riuscii a trattenermi, e in un attimo i miei occhi bruciavano e lasciavano colare il rimmel sulle guance. Non avevo ancora provato un emozione così forte. Questo é ciò che più mi manca di lei. La capacità di riunire le persone, la forza nel non perdere mai la fiducia negli altri, la perseveranza di aprire gli occhi anche e soprattutto a chi non vuol vedere.

Grazie a lei, non lasciarono mai più la signora da sola, e decisero di riportarla a casa con loro per prendersene cura fino alla fine dei suoi giorni.

Grazie perché sei stata, sei e sarai per sempre la mia migliore amica.

Il cagnolino abbandonato

Il cagnolino abbandonato

Chiuso tutto il giorno in quella gabbia, preferiva non aprire gli occhi. Conosceva già a memoria i suoni che emettevano i suoi infelici compagni.

C’era solo un momento che tutti attendevano, e quel momento riusciva a riconoscerlo a palpebre socchiuse, l’unico in cui sensi e speranze seppur flebili si riaccendevano.

E quel momento, dopo interminabile settimane, era arrivato.

Alcuni genitori, dopo chissà quanti ripensamenti, si erano finalmente decisi a rendere felici i loro figli, compiendo uno dei gesti d’amore più grande: adottare un cagnolino.

Solo chi ha visitato un canile almeno una volta nella vita conosce quella stretta allo stomaco, quel nodo irrisolto che spezza il respiro. In quel momento l’uomo ha in sé un grande potere: cambiare per sempre il destino di un cagnolino.

Era l’unica chance, per uno tra loro, di avere un’esistenza felice, magari di sentire il profumo dell’erba bagnata, di provare almeno una volta cosa significa avere una cuccia calda, una ciotola sempre piena, dell’acqua fresca, un pò di affetto.

L’unico modo di provare cosa si sente ad essere amati, importanti per qualcuno.

Per i cani troppo anziani c’erano poche speranze, difficilmente qualcuno li avrebbe scelti; i loro sguardi erano profondi, avevano in sé la saggezza di chi ha conosciuto l’amore e l’ha perso.

L’uomo, a quanto pare, dimentica di avere amato, ma gli animali no. Per loro tu sei tutto, dipendono completamente da te, e ti saranno fedeli sempre.

Un cane non sbaglia con il suo padrone. 

Furono mesi felici quelli trascorsi con la famiglia che l’aveva scelto, in quell’afoso pomeriggio di giugno.

 Lo lasciavano dormire con il loro bambino, lui lo stringeva forte ed ogni giorno era una festa. Avevano una bellissima casa, con un grande giardino, e aveva il permesso di giocare con gli altri cani della zona. Al mattino, quasi non riusciva a credere di essere stato così fortunato. Furono i due mesi più belli di sempre, mesi in cui non doveva cercare riparo all’ombra o vagare in cerca di un pò di cibo, perché aveva qualcuno che si occupava di lui, che gli voleva bene, che non avrebbe permesso che gli succedesse nulla.

Tutto questo fino a quando arrivò il mese di agosto.

Non sapeva dove si sarebbe spostata la sua famiglia, ma dagli occhi pieni di lacrime del suo bambino aveva capito che sarebbero andati in un luogo lontano. Per lui non era un problema, avrebbe seguito la sua famiglia ovunque.

Una mattina presto, ancora prima del sorgere del sole, lo fecero salire in auto. Notò subito qualcosa di storto. Prima stava seduto dietro, accanto al suo piccolo bambino, adesso invece stava dentro al portabagagli, per fortuna con la parte di sopra sollevata, sennò gli sarebbe mancato il respiro. 

Quel mattino non c’era dolcezza nei loro gesti, ma un’insana freddezza. Nessun sorriso, nessuno sguardo amorevole. In effetti, aveva già notato qualcosa di strano. 

Le sue ciotole non erano più al loro posto.

A quel pensiero, uno strano terrore lo assalì, ed iniziò a muoversi in modo compulsivo, non ne capiva neppure lui il perché, ma sapeva di voler uscire al più presto da quella macchina. 

Appena si fermarono, dopo circa una mezz’ora di viaggio, si guardò attorno.

 Non riconosceva quel posto, allo stesso modo in cui non riusciva ad incontrare lo sguardo dei due umani.

 Era una strada di campagna. Non ce l’avevano mai portato prima. Appena lo liberarono, quasi non poteva crederci. I gesti e la cura affettuosa che gli avevano riservato quasi due mesi prima erano ormai lontani. Quei due umani non gli volevano più bene. Lo lasciarono al guinzaglio. Ma ebbero almeno la delicatezza di non legarlo, di non bloccarlo da nessuna parte. Almeno non era in trappola.

Tuttavia, non c’era nessuno in quel luogo sconosciuto, lì in quella strada abbandonata. Li guardava con gli occhi umidi, la coda si muoveva vorticosamente, i due umani risalirono in macchina e partirono lontano. 

Avevano dimenticato di farlo risalire? Perché l’avevano lasciato lì? Sarebbero tornati a riprenderlo? 

Non poteva succedergli di nuovo. 

Li inseguì per chilometri, il suo abbaiare era un grido di disperazione. Non sentiva più le zampe, le unghia erano ormai lacerate dall’asfalto rovente, la lingua disidratata, gli corse dietro fino a quando fu senza forze, morto di sete. 

Percepiva il cuore salirgli in gola, era un su e giù che gli fece perdere i sensi. 

Non riusciva a credere di essere stato abbandonato. 

Gli avevano dato una casa, si fidava di loro, gli voleva bene, si era sempre comportato secondo le regole, non aveva mai sporcato. Solo quella volta forse, quando aveva distrutto un cuscino, ma non poteva essere un motivo valido per lasciarlo lì, in mezzo al nulla, sotto il sole rovente in un mattino di agosto. 

D’un tratto lo vide – era il sole, dritto davanti al suo sguardo inconsolabile – brillava forte, aveva tanta paura. Unico testimone della crudeltà umana.

Adesso ne era certo. Non avrebbe più rivisto il suo bambino.

 Ricordò ancora l’accogliente abbraccio che lo avvolgeva durante il sonno, e si addormentò così, abbandonato a quella sensazione di sicurezza che era già un ricordo lontano.

Il dono dell’altruismo

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Cosa ci spinge ad essere altruisti?

 

L’altruismo é certamente un dono. Tuttavia, la domanda che ci poniamo é se si tratti di un dono o di qualcosa che si può acquisire col tempo. C’é chi non riesce ad esserlo neppure con le persone più care – c’é anche chi, al contrario, lo é di natura – e ciò lo porta a mettere la felicità degli altri in una posizione di priorità.

Prendiamo atto di vivere in un mondo così marcio che spesso chi é troppo predisposto verso gli altri viene giudicato ingenuo, poco furbo. L’essere altruisti può acquisire anche una dimensione negativa, nel caso in cui ci si dedichi totalmente agli altri; questo modo di agire porta con sé il rischio di diventare alla mercé altrui, dipendenti dai bisogni del prossimo.

Adesso siamo di fronte ad una serie di domande.

Da cosa emerge l’altruismo? Le persone che non lo sono amano di meno, o forse non ne sono capaci? Possono provare sentimenti autentici?

Un ruolo fondamentale lo riveste l’educazione e i valori che abbiamo appreso in famiglia, certamente il modo in cui veniamo cresciuti costituisce la spinta che ci porta a pensare in un determinato modo, condizionando moltissimo il nostro modo di agire in età adulta. Ciò non vale per tutti. Infatti, difficilmente le persone insensibili possono provare veri sentimenti, presi come sono da loro stessi; per loro infatti il prossimo é solo un mezzo per raggiungere i propri obiettivi. All’inizio fingeranno, ma poi la loro maschera cadrà inesorabilmente.

Come ci fa sentire essere altruisti? E’ forse un modo inconscio di gratificare noi stessi?

Dipende sicuramente dalle nostre priorità personali. Bisogna, in primis, essere in sintonia con le proprie necessità, solo allora potremo esserlo nei confronti degli altri in maniera del tutto sincera e disinteressata. 

Chi é altruista accoglie e trasmette di più le emozioni, e gratifica sé stesso a livello psicologico.

Avere a cuore il bene del prossimo giova alla nostra salute. Il sentirsi utili per qualcuno, essere generosi e averne la possibilità accresce molto la nostra autostima, migliorando la percezione che gli altri hanno di noi, ma ancor più importante quella che abbiamo di noi stessi.

Tuttavia, non possiamo aiutare gli altri se prima non aiutiamo noi stessi.

Chi é in grado di farlo é infatti una persona “risolta”, positiva, che cerca di vedere in ogni situazione la parte migliore, che si sforza di trovare una soluzione a tutto e la sua propensione verso i bisogni altrui deriva proprio da questo. E’ una persona che ha raggiunto una certa autonomia di pensiero ed é in armonia con sé stesso e solo così potrà volgere in maniera sana l’attenzione verso gli altri: la maturità é anche questo.

Quando non riusciamo ad essere altruisti, proviamo un senso di colpa? E questo nostro modo di sentirci proviene da noi stessi o dalla società?

Cosa ci insegna la nostra società? La corsa al potere. Lo schiacciare gli altri per il nostro fine ultimo. 

  • La corsa al successo ci rende schiavi dell’egoismo, e di conseguenza non resta spazio per l’altruismo.

Quante volte ci capita di rimanere esterrefatti dai discorsi della gente? La comune sensazione che dare ascolto ai bisogni altrui significhi “togliere” qualcosa a noi stessi é profondamente sbagliata. La caduta dei valori, il sentimento di risentimento nei confronti del prossimo, l’incapacità di vedere i bisogni dell’altro é sinistra. Ma di questo gran parte della responsabilità é da attribuire alla società, allo stato che non ci protegge nel modo giusto, alle ingiustizie che ci rendono avidi di tenere tutto per noi.

L’altruismo é legato all’empatia. 

Un individuo poco empatico, incapace per volontà o per inclinazione personale a pensare al benessere degli altri diviene arido, del tutto incapace di immedesimarsi, riesce a vedere tutto dall’unica prospettiva che conta: la sua.

Altruismo e generosità

Incontrare una persona che ha a cuore il benessere altrui oggi può definirsi un dono vero e proprio.

Ma a pensare a gli altri, cosa ci guadagno? Moltissimo, risponderei.

Questo interrogativo introduce il dilemma di coloro che devono trovare per forza un motivo di convenienza che li riconduca a loro stessi per giustificare un atto di altruismo.

Saper ascoltare gli altri: una preziosa capacità

Quante volte succede, durante una conversazione, di confrontarci con coloro che sentono senza ascoltare veramente ciò che abbiamo da dire.

Alcune persone deviano più o meno inconsapevolmente il discorso riconducendolo a loro stessi, non riescono proprio a considerare come degno di attenzione il problema dell’altro. Magari stiamo raccontando di un problema che abbiamo avuto a lavoro, di un nostro malessere, forse siamo in cerca di consigli ed il nostro interlocutore ci interrompe iniziando a raccontare di un fatto analogo accadutogli, modificando il focus della conversazione ed indirizzandolo verso di sé. A volte ciò trascende il sano scambio di idee.

Il rischio che si corre é legato al mettere del tutto in secondo piano sé stessi, assecondando in tutto i bisogni altrui, dedicandosi interamente al raggiungimento della felicità delle persone che amiamo. Questo é il rovescio della medaglia e ci ricorda che un minimo di sano egoismo é sempre necessario.

L’empatia é una caratteristica delle persone altruiste 

Il vero altruista é disinteressato, perché mosso da una motivazione interiore, per questo sono convinta che sia una qualità diretta conseguenza di una grande sensibilità d’animo, connessa alla capacità di percepire il mondo in modo positivo.

Le persone empatiche si inseriscono meglio nella società

Escluso il caso di coloro che non hanno ancora imparato a gestire la propria emotività e si ritrovano di continuo in balìa delle emozioni, in genere chi é empatico si inserisce meglio nella società, in quanto possiede la dote di entrare subito a contatto con i bisogni e le necessità altrui, poiché capace di creare genuinamente legami confidenziali, che certamente lo aiuteranno a farsi strada nel mondo.

UN CONSIGLIO PREZIOSO

Circondatevi di persone speciali capaci di regalarvi nuovi stimoli.

Di recente una persona per me importante ha stimolato la mia creatività, dandomi uno spunto per ciò che sto per scrivere – quando ci accade qualcosa di negativo, abbiamo due strade da percorrere: una é quella di lasciarci assalire dal dispiacere, innescando nella nostra mente un meccanismo pericoloso, creando una serie di domande alle quali non possiamo dare una risposta, oppure, potremmo cercare di trarre del positivo da ciò che é accaduto. Abbiamo imparato una lezione ad esempio, o magari ci siamo accorti dell’importanza di qualcosa che avevamo sotto gli occhi da tempo.

Di conseguenza, impariamo a focalizzare la nostra attenzione sulle emozioni positive.

IMPARIAMO A FARCI LE DOMANDE POSITIVE, tralasciando quelle negative

Questo utile esercizio mi ha aiutato moltissimo e voglio condividerlo con chi mi leggerà.

Il nostro modo di pensare e di affrontare le difficoltà condiziona la qualità della nostra vita.

  • Non alimentare la negatività con pensieri improduttivi, destinati a farci cadere in quel tunnel da cui al contrario dobbiamo tentare di uscire, quel tunnel che ci porta a vedere solo problemi e non soluzioni, rendendoci impossibile la comprensione dei problemi altrui e di conseguenza minando la nostra capacità di aiutare il prossimo. 
  • Vedere tutto nero é una tua scelta, ma puoi imparare ad allenare la tua mente a vedere a colori.
  • Nella vita di tutti i giorni, presi da mille impegni, per affrontare le difficoltà, abbiamo la necessità di rimanere ancorati a qualcosa di positivo, a sentimenti autentici, a valori inestimabili. Non perdiamo di vista l’importanza dei valori senza tempo come la sensibilità, quei valori che possono renderci persone migliori e che rendono la nostra vita e quella di chi ci sta attorno più genuina, onesta, sincera. Come l’altruismo.

 

Un dipinto del mare

Dipinto

 

Quand’ero piccola, d’estate, passeggiavo con i miei nel paesino vicino la nostra casa di campagna. Ogni volta che passavo da quella strada restavo incantata da un piccolo negozio, posto in un angolo prima di svoltare nel corso principale. 

Amavo i colori, le loro mille sfumature, quelle incredibili sfaccettature. Verde e azzurro erano quelli che più mi piacevano. 

Mio nonno era un pittore – con ammirazione l’osservavo passare i pennelli su quella tela, il gesto morbido e sicuro della sua mano era quasi una carezza, in quelle lunghe giornate estive, con il suono delle cicale a fare da sfondo, e lui spesso mi lasciava dipingere le tegole – rimanevo affascinata da quella tavolozza multicolore che avevo a mia disposizione.

Ma c’era un posto che preferivo a tutti, quasi più della pizzetta più buona del mondo che mi facevo avvolgere nella carta. Anzi, ne prendevo due, una da mangiare subito, e l’altra da portare a casa; era la prima cosa a cui pensavo quando percorrevo la discesa che passava dal belvedere all’entrata del paese.

Ne percepivo il profumo, e subito dopo vedevo la teglia appena sfornata esposta in vetrina.

Dopo, passavo per una piccola strada che portava al corso principale, mio padre infatti mi faceva fare il giro per salutare alcuni amici dell’infanzia. Ed ecco che mi ritrovavo davanti alla vetrina che più mi piaceva.

Quel posto era un negozio di quadri.

Lo trovai curioso, passavo sempre di lì e mi chiedevo perché quel dipinto fosse ancora lì, perché non lo acquistasse nessuno, era di gran lunga il più luminoso di tutti.

Ce n’erano tanti, io ne ero incantata – rappresentavano quasi tutti il mare. Davanti ai miei occhi la mia mente di bambina si divertiva ad immaginare.

 E allora le onde del mare e quella piccola barchetta in realtà vuota diventavano i protagonisti di una breve storia. Mi fermavo davanti quella vetrina, chiedendo il permesso ai miei, socchiudevo un momento gli occhi ed ecco che la mia

fantasia prendeva forma: adesso la barchetta non era più vuota; c’era un signore avanti con gli anni, aveva una lunga barba, era vestito di azzurro, ma un azzurro sbiadito, scolorito sicuramente dal sole. Era un pescatore. Seduto al suo fianco c’era un piccolo bambino, avrà avuto un paio d’anni più di me.

I due sorridevano, il signore grande insegnava al bambino come pescare. Era troppo piccolo, ma lui gli diceva che se avesse osservato bene come faceva un giorno avrebbe imparato anche lui. Quel bambino seguiva i gesti del nonno con lo stesso sguardo pieno di orgoglio con cui io guardavo il mio dipingere.

Non dimenticherò mai quello sguardo, uno sguardo di ammirazione incondizionata. La voce di mio padre, che lentamente sussurrava, mi riportò alla realtà.

Quando riaprii gli occhi, la barchetta era vuota. Mio padre mi chiese se lo volevo. Io risposi di no, ringraziandolo. Salutai quei due nella barchetta e mi avviai. Ma continuavo a pensare a quel dipinto.

In realtà l’avrei voluto, da appendere nella mia camera, però avevo paura che così avrei perso la fantasia, avrei smarrito l’ispirazione, non volevo portarlo via dalla sua casa, e temevo di perdere la voglia di immaginare storie, quasi di vedere una nuova storia passando da quella vetrina. 

In quel momento compresi che ciò che più contava nella vita non era il possedere materialmente le cose di valore, ma mantenerle vive nel proprio cuore.

Libere di esprimersi.

Il fulcro, la chiave di tutto é quel colore, quell’azzurro che ha scatenato la mia fantasia di bambina, quella sfumatura che ha risvegliato qualcosa in me, che ha mosso il mio animo nel profondo. Un pò come le onde violente che ho visto qualche giorno seguente, ripassando da quella vetrina in un giorno di pioggia, chiudendo gli occhi e lasciando libera la mia immaginazione. 

In quel momento il mare era diventato più grigio. 

Ed é lì che le sfumature si sono trasformate in una cosa che ho avuto davanti agli occhi per tanto tempo senza riuscire a vedere realmente per ciò che era. 

E quella stessa sfumatura l’ho intravista di nuovo, chiudendo gli occhi, non in una vetrina di un piccolo paese, non nella mia immaginazione di bambina, non in un dipinto del mare, ma nella fantasia della me donna, e quella sfumatura l’ho scoperta nei tuoi occhi, quella sfumatura sei tu. L’ho cercata per anni. Così tanto che temevo non l’avrei più ritrovata. E adesso incredibilmente é qui davanti a me.

Quel grigio-azzurro delle onde del mare in un giorno di pioggia, quella sfaccettatura inattesa che ha scatenato la mia immaginazione, quel tono freddo, quasi algido, intenso, ma incredibilmente caldo che ha smosso il mare in tempesta sei tu. Per me. 

Sunshine Wall

Sunshine

 

E succederà proprio quando non te l’aspetti. Arriverà forte, ti travolgerà come un’onda. E tu non riuscirai a tirarti indietro, non lo vorrai, al contrario, sentirai il bisogno di entrare sott’acqua, giocherai con lei, ne riemergerai solo per prendere aria – a pieni polmoni. 

E sarà come un tuffo da un’altezza elevata, come il brivido dell’adrenalina, come un lancio con il paracadute, come attraversare una cascata, come arrampicarsi a Sunshine Wall, come un salto nel vuoto – ma adesso sai che ci sarà qualcuno pronto a prenderti, qualcuno che non vorrà lasciarti andare, qualcuno disposto a proteggerti – a prendersi cura di te.

Perché tu adesso hai imparato ad occuparti di te stessa, ti sei ferita tante volte, sei crollata ma hai sempre trovato la forza di risollevarti, anche quando non c’era nessuno lì per te ad attenuare la tua caduta. 

Adesso puoi farlo ad occhi chiusi, lasciandoti trasportare dal suo respiro, dal calore delle sue mani, dal fuoco dei suoi occhi, dalla spuma delle onde. Senza temere più nulla. 

L’avversario

 

 

Questo scritto non sarà solo una recensione bensì una riflessione su un romanzo-verità che ho letto che ha dell’incredibile.

 Il romanzo in questione é “ L’avversario” di Emmanuel Carrère, uno scrittore francese che resta affascinato da una vera storia di cronaca nera avvenuta nel 1993 in Francia, e decide di raccontarla da un punto di vista innovativo, cercando di ricostruire la personalità dell’assassino attraverso l’analisi delle sue pulsioni. La stesura del manoscritto risulterà tormentata per l’autore stesso, il quale fino all’ultimo sarà indeciso sulle modalità di narrazione.

Può un uomo fingere di essere una persona che in realtà non esiste per diciotto anni? La risposta purtroppo é sì, ed é ciò che accade al protagonista.

 Il racconto inizia quando Jean-Claude, un giovane ragazzo iscritto alla facoltà di medicina, inizia a mentire raccontando di sostenere regolarmente gli esami: mente alla sua ragazza, che poi diventerà sua moglie, mente spudoratamente alla sua famiglia, ai suoi amici, che incredibilmente non si accorgono di nulla.

Il giorno dell’appello si presentava nei corridoi per non destare sospetti, ma in realtà non sostiene più alcun esame a partire dalla fine del secondo anno. In più studiava comunque le materie del suo corso, ed era quindi perfettamente in grado di confrontarsi con i colleghi e con la sua ragazza in qualsiasi conversazione. Purtroppo, il dilemma di chi mente é che una volta che si dice la prima bugia passandola liscia, le altre seguono in maniera incontrollabile.

Tuttavia Jean-Claude continuerà ad iscriversi al terzo anno di università per parecchi anni, restando intrappolato nel tunnel delle sue menzogne – un tunnel che diventerà sempre più stretto fino a soffocarlo – l’unica via d’uscita non sarà per lui l’ammissione della verità, bensì un crimine efferato di cui si rende artefice, ovvero lo sterminio della sua famiglia. Questa, all’apparenza, sarà la sua via d’uscita.

E’ certo che se al posto di sforzare il suo intelletto nella continua ricerca di modi per prendere in giro le persone della sua vita ( e ovviamente prima di tutto se stesso) creandosi una falsa identità, si fosse invece dedicato anima e corpo allo studio e al presentarsi veramente agli esami universitari, la sua vita sarebbe stata ben diversa. 

 

Una volta una persona mi ha detto : i migliori bugiardi sono quelli che ci credono veramente. Ed é questa frase che rappresenta, per me, l’essenza di questa storia assurda.

Jean-Claude é uno psicopatico, una mela marcia, un essere così calcolatore, opportunista e malato da non potersi definire neanche una persona. E questo lo si comprende dal fatto che un essere umano seppur deviato mentalmente, come può non sentire il bisogno di confidarsi con qualcuno in tutta la vita? Che fosse uno pseudo amico, una persona incontrata sul tram, uno sconosciuto al bar, un padre, un amante..come si può tenere dentro un simile fardello e non esplodere mai con nessuno? 

Perché neppure dopo i brutali omicidi della moglie, dei figli piccoli, dei suoi genitori, dopo il tentato omicidio della sua amante, crimini compiuti con una lucidità agghiacciante, neppure dopo tutto questo la sua mente perversa sarà sfiorata dall’idea di aprirsi, di parlare con qualcuno, di gridare al mondo la sua follia.

 Perché anche dopo il suo crimine imperdonabile, Jean Claude cerca di nuovo una via di fuga. Con la stessa destrezza di un topo che fugge da un gatto famelico, lui rifugge allo stesso modo la verità. La cosa più paurosa per lui, la cosa che più di tutte fa vacillare il suo totalmente instabile “io”, é vedere il suo castello di menzogne crollare inesorabile.

 Il finto tentato suicidio alla fine di tutto, ingerendo barbiturici scaduti, pittorescamente corredato dall’apertura delle finestre dopo aver dato fuoco alla casa, lo rende un personaggio di uno squallore e di una follia inenarrabile. Anche Carrère prova un senso di disgusto quando finalmente , dopo parecchio tempo, riceve il permesso di raccontare il crimine di Jean-Claude. 

Lo scrittore inizierà un rapporto epistolare con l’assassino ed impiegherà circa sette anni a scrivere questa storia. Il suo obiettivo é entrare nella sua testa, comprendere fino in fondo il suo modo di pensare e i motivi che l’hanno spinto a non prendere una strada vera nella vita, magari più umile, più semplice, ma vera e onesta.

Mi viene in mente la grande Hannah Arendt con il suo capolavoro  “La banalità del male”, in quel caso si parlava di un processo contro un criminale nazista, una situazione diversa ma che si accomuna a quella di Jean-Claude per la freddezza e la personalità anaffettiva di entrambi gli assassini che fa rabbrividire il lettore. 

Carrère vorrebbe per un attimo tornare indietro, lasciarsi trasportare dall’istinto, vagamente nauseato dall’idea di essersi lasciato affascinare da una pagina di cronaca nera che ha dell’incredibile. Tuttavia le menti malate esercitano un certo fascino per chi ama analizzare e tentare di comprendere la corruzione dell’animo umano. E’ comprensibile.

Ma come tutti i veri scrittori, “legge” il potenziale della storia e accetta di portare avanti il suo progetto, facendone un romanzo. 

Lo stile narrativo é intrigante e lo scopo principale é mettere il lettore nella condizione di comprendere il punto di vista psicologico del protagonista, mostrando i fatti attraverso le sue emozioni. E’ quasi un flusso di coscienza e la lettura é avvincente. Una volta che entri nella storia non riesci a smettere di leggerla.

Jean-Claude tenta di coprire la vergogna di essere stato scoperto. Questo era il suo obiettivo principale: non essere smascherato. E’ come se nella sua mente le uniche cose importanti fossero queste; e quando la moglie inizia a nutrire dei dubbi lui decide di eliminarla. 

Per questo omicidio e per gli altri della sua famiglia verrà condannato all’ergastolo. Lo stesso Carrère assisterà ad alcune parti del processo. Ma cosa ci sia veramente nella sua testa non riusciranno a comprenderlo neanche gli psichiatri che l’avranno in cura.

Quello che é certo, é che i suoi gesti non vanno letti dalla nostra prospettiva di persone sane che si indignano e provano disgusto e orrore, piuttosto é interessante cercare di comprendere la sua psicologia, il suo narcisismo maligno che lo porta a vedere le altre persone come un mezzo per raggiungere i suoi scopi, la sua assurda prospettiva. Jean-Claude é un killer anaffettivo.

D’altronde, cosa c’é di più innaturale per un essere umano che uccidere i propri figli?

Un simile atto risulta invece possibile per chi vive chiaramente in una dimensione fredda, distaccata, meccanica, asettica. 

Come si può vivere una vita senza veri progetti? Senza una speranza per realizzare il proprio futuro, per costruirlo? Cosa passava nella sua mente in quelle ore seduto nei bar, mentre la sua famiglia lo credeva a lavoro presso l’Organizzazione mondiale della Sanità? Il vuoto emozionale che ha dentro gli consente di continuare a vivere una vita seppur misera come quella destinata ad una persona come lui, ad uno spietato, a tratti insignificante, ma insospettabile assassino.

Jean-Claude prova a manipolare tutti anche dopo essere stato scoperto, comportamento tipico di chi soffre del suo disturbo della personalità. Sono convinta che i narcisisti maligni non siano in grado di provare vere emozioni, piuttosto sono veri maestri nell’arte di imitare le sensazioni altrui, sono capaci di ripeterle come in un copione studiato meccanicamente ; é questa la loro croce, la condanna che li sottopone a vivere costantemente in un mondo quasi parallelo al nostro, ed é per questo che l’assassino non prova alcun rimorso per la strage familiare che ha compiuto con le sue mani.

Mi piace moltissimo il modo di raccontare di Carrère, riesce ad essere spietato e delicato al tempo stesso. Non vedo l’ora di leggere altri suoi romanzi. Il suo stile narrativo é elegante e mostra grande rispetto per l’atrocità della vicenda e per le vittime innocenti, mettendo in luce gli aspetti veramente interessanti di questa inverosimile storia. 

Un viaggio lungo un anno

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Non riesco a smettere di rivivere quel giorno di sole, la mattina trascorsa tra gli scaffali della nostra libreria preferita. Trascorrevamo le ore là dentro – continuo a sentire, chiudendo gli occhi, il profumo dei libri ed il suono delle cicale quel giorno.

Ricordo che ti vidi prendere in mano quel libro: Antologia di Spoon River – questo mi ha colpito di te, così ho capito che eri diversa, che c’era in te qualcosa di speciale – io arrossii, le mie labbra si piegarono, le sopracciglia si arricciarono – in una smorfia tra l’incredulo e il sorpreso. Cioè? risposi divertita – conoscevo quella storia, ma volevo sentirla ancora. 

“Quella volta che ti inviai una pagina, sperando di metterti in difficoltà, e nel giro di dieci secondi mi avevi già risposto, indovinasti subito; un libro così particolare, insolito, a tratti macabro, ed entrambi lo conoscevamo bene – pensieroso, lo richiuse d’un colpo poggiandolo sopra l’enorme pila. In macchina, nel tragitto verso la tua casa sul mare, poggiai il palmo della mano sulla tua, e inserii le dita tra le fessure delle tue; era la prima volta che trovavo il coraggio di farlo.

Era inverno, ma nell’aria aleggiava estate. Ero pervasa da un moto di malinconia. 

Quel libro mi aveva rimandato subito all’elemento che tormentava la tua esistenza – la morte. Ovviamente lo capii solo in seguito. 

Sentivo che quella sarebbe stata l’ultima volta tra quelle pareti colme dei tuoi dipinti che non smettevo di ammirare, con le foto dei tuoi viaggi, in quel villino sul mare, con il prato verde ed il cielo azzurro, l’unico posto in cui il tempo si fermava ed il mio battito accelerava. Ricordo quando scesi giù a prendere i biscotti. Trovai un dipinto appeso coperto da un telo di stoffa; la curiosità mi portò a sbirciare: c’era il volto di una bellissima donna, aveva il tuo stesso sorriso, quel sorriso che mi aveva travolta. 

Ti avevo detto che non ero pronta, sapevi che era presto per me.

Mi fanno male tutte le parole non dette, i discorsi lasciati a metà – per timore di essere inadeguata, di ferirti, di frenarti, pensavo che ci sarebbe stato tempo di conoscerci di più, però mi sbagliavo. Fu un errore. Uno dei tanti.

Ma quel giorno il tuo sorriso non aveva più lo stesso sapore, e non era per colpa mia, perché io lo sentivo da prima che partissi la prima volta, ed era ormai impossibile per me tornare indietro, rivivere quel giorno, alla festa in spiaggia.

Ti avevo salutato così – un bacio intenso e una promessa sussurrata tra le ciocche dei miei capelli – Aspettami, quando le tue labbra mi hanno sfiorata mentre mi parlavi e mi tenevi stretta a te. Poi, i tuoi amici ti portarono via. Volevano festeggiarti ancora. Adesso invece, il giorno prima della tua nuova partenza nascondevo le lacrime sotto l’incavo tra il tuo collo e la spalla, inebriata dall’odore della tua pelle, cercavo di ansimare piano, in modo che tu non te ne accorgessi. 

Volevo che mi vedessi forte, non emotivamente coinvolta, era così che mi desideravi. Anche se ormai mi leggevi. Il contatto fisico con me era per te probabilmente uguale a quello di tante altre ragazze che di lì a poco avresti conosciuto. Ma ero così sicura di quella sintonia, di quel filo invisibile tra noi, quel qualcosa di puro e semplice allo stesso tempo, ma anche incasinato, quel qualcosa che capita poche volte nella vita e non riuscivo a smettere di sperare. E con tutto il mio essere testarda, nello stesso modo in cui mi aggrappavo a quella malsana idea mi tenevo alle tue spalle l’ultima volta che siamo stati insieme. Accadde tante volte quel giorno, fino al tramonto di quell’insolito gennaio.

L’abbiamo osservato in silenzio, senza muoverci dal letto, dal terrazzo della tua camera – le sfumature del cielo si mescolavano a quelle delle onde, lasciandoci travolgere da un’esplosione di colori; poi mi hai baciata ancora, ed io cercavo di sentire tutto di te, speravo di ricordare ogni attimo perché intimamente sentivo che quella sarebbe stata l’ultima volta tra le tue braccia. In fondo mi sentivo una stupida. Mi avevi resa così, incantata dal tuo sorriso e da quegli occhi impenetrabili che non riuscivo a decifrare.

Ero consapevole del fatto che non ci sarebbero stati altri ricordi oltre quell’anno trascorso insieme. Sapevo che l’orgoglio aveva un prezzo, e che un giorno il destino si sarebbe divertito a presentarmi il conto, e quel peso premeva sempre di più sul mio petto, come il tuo corpo caldo sul mio, e sentivo che non ce l’avrei fatta a stare di nuovo con te continuando a provare quel senso di vuoto. Eri presente ma assente. Dovevo accogliere la realtà, affrontare il dolore che sarebbe venuto, dovevo lasciare che oltrepassasse quella barriera di protezione, ma una parte di me non era pronta a lasciarti andare.

Ma adesso sì, adesso é arrivato il momento di abbandonare per sempre il ricordo di te. Non ti penso più.

Nonostante tutto, non dimenticherò mai queste  tue parole “tu sei quel qualcosa che quando l’incontri vedi le cose in un modo diverso..”