Ciò che il vento porta via

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Grazia Deledda (1926)

Motivazione ufficiale per il Premio Nobel: “Per la sua ispirazione idealistica, scritta con raffigurazioni di plastica chiarezza della vita della sua isola nativa, con profonda comprensione degli umani problemi”.

 

E’ la vera storia di una piccola ragazza di Provincia che un giorno – all’apparenza come tanti – realizza il sogno di una vita.
E’ lei, Grazia Deledda, minuta ragazza proveniente da Nuoro, l’unica scrittrice italiana a vincere, il 10 dicembre del 1926, il Nobel per la Letteratura.
Figlia di Giovanni Antonio e Francesca Cambosu e quinta di sette figli, eredita la passione per la poesia dal padre, già compositore di versi in sardo, giurista mancato ed agiato imprenditore.
Dopo la quarta elementare i suoi studi proseguono privatamente, e sono incentrati su italiano, latino e francese; in seguito li continuerà totalmente da autodidatta.
Nel 1926 riceve il Nobel per la Letteratura, e la Motivazione ufficiale recita:

“Per la sua ispirazione idealistica, scritta con raffigurazioni di plastica chiarezza della vita della sua isola nativa, con profonda comprensione degli umani problemi”.

Inizia la sua carriera letteraria a soli diciassette anni, allorché invia alcuni racconti ad una rivista, “ L’ultima moda”, dando seguito ad una collaborazione con vari giornali, come “ La Sardegna”, “ Piccola rivista”, e “ Nuova Antologia” – dapprima a puntate ed in seguito sotto forma di Romanzo.
La sua esistenza e’ segnata purtroppo da una serie di lutti che influenzano la sua narrativa: é infatti l’esistenza umana sviscerata nelle sue debolezze il tema portante della sua opera letteraria, incentrata sui conflitti – che mostra magistralmente nel suo componimento più celebre, “ Canne al vento”, che le fa vincere il Nobel.

 

Amore, ma anche dolore e morte sono i temi principali trattati nei suoi racconti intrisi di fatalità. Dando spazio ad errore e colpa, la scrittrice fa prendere al lettore coscienza dell’esistenza del male raccontato nelle sue innumerevoli sfaccettature, invitandolo in modo un pò celato ad immedesimarsi nelle vicende trattate.

 

E’ interessante notare che i primi critici delle opere della Deledda furono i suoi stessi conterranei: gli intellettuali sardi del suo tempo si sentirono traditi e non accettarono la sua operazione letteraria, ad eccezione di alcuni – inoltre le sue opere le causarono le antipatie degli abitanti di Nuoro, luogo da cui prese ispirazione per le sue storie; i suoi conterranei erano infatti dell’opinione che descriveva la Sardegna come terra rude, rustica e quindi anche arretrata.

Scrive sia in lingua italiana che in lingua sarda, utilizzando spesso termini dialettali.

In “ Canne al vento” tratta il tema della superstizione, della povertà e dell’onore, dipingendo una Sardegna al limite tra la civiltà rurale e arretrata e un’Isola che invece va verso il progresso.

E’ la storia di quattro donne, di origine nobiliare, la cui esistenza é limitata da un padre prepotente che ha a cuore solo le apparenze, concentrato com’é sul mantenimento della posizione di prestigio di fronte a tutto il paese. Una delle ragazze però si ribellerà fuggendo dalla Sardegna, dando il via, negli anni seguenti, ad una serie di eventi destinati a portare scompiglio nelle loro vite.
Al di sopra del destino degli uomini vi é la Sorte, incontestabile, che piega gli uomini come “canne al vento” .

Ciò che colpisce, più di tutto il resto, é la sua caparbietà e l’innata fiducia nella sua terra – con le sue opere Grazia Deledda cerca di dar luce al suo Paese, mostrandolo nelle sue innumerevoli sfaccettature, e dando al lettore la possibilità di guardarlo con occhi diversi.

Un messaggio letto in chiave moderna arriva dritto al nostro cuore, in particolare a chi ama scrivere ed aspira un giorno a veder pubblicate le proprie opere:

“Se vostro figlio vuole fare lo scrittore o il poeta sconsigliatelo fermamente. Se continua minacciate di diseredarlo. Oltre queste prove, se resiste, cominciate a ringraziare Dio di avervi dato un figlio ispirato, diverso dagli altri.”

 

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