Il cagnolino abbandonato

Il cagnolino abbandonato

Chiuso tutto il giorno in quella gabbia, preferiva non aprire gli occhi. Conosceva già a memoria i suoni che emettevano i suoi infelici compagni.

C’era solo un momento che tutti attendevano, e quel momento riusciva a riconoscerlo a palpebre socchiuse, l’unico in cui sensi e speranze seppur flebili si riaccendevano.

E quel momento, dopo interminabile settimane, era arrivato.

Alcuni genitori, dopo chissà quanti ripensamenti, si erano finalmente decisi a rendere felici i loro figli, compiendo uno dei gesti d’amore più grande: adottare un cagnolino.

Solo chi ha visitato un canile almeno una volta nella vita conosce quella stretta allo stomaco, quel nodo irrisolto che spezza il respiro. In quel momento l’uomo ha in sé un grande potere: cambiare per sempre il destino di un cagnolino.

Era l’unica chance, per uno tra loro, di avere un’esistenza felice, magari di sentire il profumo dell’erba bagnata, di provare almeno una volta cosa significa avere una cuccia calda, una ciotola sempre piena, dell’acqua fresca, un pò di affetto.

L’unico modo di provare cosa si sente ad essere amati, importanti per qualcuno.

Per i cani troppo anziani c’erano poche speranze, difficilmente qualcuno li avrebbe scelti; i loro sguardi erano profondi, avevano in sé la saggezza di chi ha conosciuto l’amore e l’ha perso.

L’uomo, a quanto pare, dimentica di avere amato, ma gli animali no. Per loro tu sei tutto, dipendono completamente da te, e ti saranno fedeli sempre.

Un cane non sbaglia con il suo padrone. 

Furono mesi felici quelli trascorsi con la famiglia che l’aveva scelto, in quell’afoso pomeriggio di giugno.

 Lo lasciavano dormire con il loro bambino, lui lo stringeva forte ed ogni giorno era una festa. Avevano una bellissima casa, con un grande giardino, e aveva il permesso di giocare con gli altri cani della zona. Al mattino, quasi non riusciva a credere di essere stato così fortunato. Furono i due mesi più belli di sempre, mesi in cui non doveva cercare riparo all’ombra o vagare in cerca di un pò di cibo, perché aveva qualcuno che si occupava di lui, che gli voleva bene, che non avrebbe permesso che gli succedesse nulla.

Tutto questo fino a quando arrivò il mese di agosto.

Non sapeva dove si sarebbe spostata la sua famiglia, ma dagli occhi pieni di lacrime del suo bambino aveva capito che sarebbero andati in un luogo lontano. Per lui non era un problema, avrebbe seguito la sua famiglia ovunque.

Una mattina presto, ancora prima del sorgere del sole, lo fecero salire in auto. Notò subito qualcosa di storto. Prima stava seduto dietro, accanto al suo piccolo bambino, adesso invece stava dentro al portabagagli, per fortuna con la parte di sopra sollevata, sennò gli sarebbe mancato il respiro. 

Quel mattino non c’era dolcezza nei loro gesti, ma un’insana freddezza. Nessun sorriso, nessuno sguardo amorevole. In effetti, aveva già notato qualcosa di strano. 

Le sue ciotole non erano più al loro posto.

A quel pensiero, uno strano terrore lo assalì, ed iniziò a muoversi in modo compulsivo, non ne capiva neppure lui il perché, ma sapeva di voler uscire al più presto da quella macchina. 

Appena si fermarono, dopo circa una mezz’ora di viaggio, si guardò attorno.

 Non riconosceva quel posto, allo stesso modo in cui non riusciva ad incontrare lo sguardo dei due umani.

 Era una strada di campagna. Non ce l’avevano mai portato prima. Appena lo liberarono, quasi non poteva crederci. I gesti e la cura affettuosa che gli avevano riservato quasi due mesi prima erano ormai lontani. Quei due umani non gli volevano più bene. Lo lasciarono al guinzaglio. Ma ebbero almeno la delicatezza di non legarlo, di non bloccarlo da nessuna parte. Almeno non era in trappola.

Tuttavia, non c’era nessuno in quel luogo sconosciuto, lì in quella strada abbandonata. Li guardava con gli occhi umidi, la coda si muoveva vorticosamente, i due umani risalirono in macchina e partirono lontano. 

Avevano dimenticato di farlo risalire? Perché l’avevano lasciato lì? Sarebbero tornati a riprenderlo? 

Non poteva succedergli di nuovo. 

Li inseguì per chilometri, il suo abbaiare era un grido di disperazione. Non sentiva più le zampe, le unghia erano ormai lacerate dall’asfalto rovente, la lingua disidratata, gli corse dietro fino a quando fu senza forze, morto di sete. 

Percepiva il cuore salirgli in gola, era un su e giù che gli fece perdere i sensi. 

Non riusciva a credere di essere stato abbandonato. 

Gli avevano dato una casa, si fidava di loro, gli voleva bene, si era sempre comportato secondo le regole, non aveva mai sporcato. Solo quella volta forse, quando aveva distrutto un cuscino, ma non poteva essere un motivo valido per lasciarlo lì, in mezzo al nulla, sotto il sole rovente in un mattino di agosto. 

D’un tratto lo vide – era il sole, dritto davanti al suo sguardo inconsolabile – brillava forte, aveva tanta paura. Unico testimone della crudeltà umana.

Adesso ne era certo. Non avrebbe più rivisto il suo bambino.

 Ricordò ancora l’accogliente abbraccio che lo avvolgeva durante il sonno, e si addormentò così, abbandonato a quella sensazione di sicurezza che era già un ricordo lontano.

Un pensiero su “Il cagnolino abbandonato

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...