La mia migliore amica

 

 

La mia migliore amica

 

L’ultimo giorno dell’anno era arrivato. Le nostre compagne di classe si erano già organizzate da settimane, ma lei no, si era tenuta volutamente fuori da ogni impegno. Poche volte nella vita capita di incontrare persone come lei. Ci conoscevamo dall’infanzia, avevamo studiato sempre insieme, d’estate andavamo al mare, in una spiaggia piccola ma dalla sabbia sottile, quasi evanescente, era un posto sconosciuto ai più, ma era il nostro e di conseguenza era speciale.

 Nella nostra scuola eravamo tutte ragazze, e l’assenza di maschi rendeva tutte più irrequiete, quindi era facile ritrovarsi invischiate in qualche inutile conflitto. Ma lei cercava sempre di risolverli tutti, metteva sempre una buona parola, con un sorriso e una battuta smontava ogni tentativo bellicoso, anzi a volte si metteva in mezzo fisicamente, dividendo le isteriche di turno, e d’improvviso tornava il sereno. Io la ricordo così. Mi piace ricordare questo di lei.

Neanche le prof riuscivano ad adirarsi e a rimproverarla, anche quando ne combinava di tutti i colori. Ma c’era una cosa che mi colpì sul serio della mia amica, un gesto di generosità enorme, qualcosa che accadde ormai più di dieci anni fa.Non ci aveva pensato più di tanto. Lei non ne aveva bisogno, perché tutto ciò che le veniva dal cuore era spontaneo, puro, irripetibile.Ricordo che un pomeriggio, l’ultimo dell’anno, dopo aver studiato insieme, mi chiese se volevo accompagnarla in un posto.

“ Che posto?” Chiesi incuriosita.

“ E’ una sorpresa..” rispose lei, sorridendomi.

Imbacuccate come eschimesi, salimmo su un autobus verso una direzione per me sconosciuta. Avevamo sedici anni. Io avevo solo due cose in testa: il famoso dieci in italiano che non ho mai raggiunto, e lo studio in generale, e per fortuna aggiungo – visto che entrambe facevamo il liceo classico e le materie erano impegnative – e, ovviamente la ricerca del principe azzurro. Purtroppo o per fortuna, ero una romantica. E lo sono ancora.

Appena varcai la soglia, la osservai muoversi in quel luogo come se l’avesse frequentato da sempre. C’erano diversi anziani, alcuni stavano seduti nelle carrozzine. I volti dei presenti si illuminarono, sembrava che in una stanza buia e fredda fosse entrato uno spiraglio di luce bianca, una luce calda, abbagliante. Esplosiva. Ero sicuramente rimasta imbambolata, perché la mia amica afferro’ la mia mano e mi trascinò per presentarmi tutti. Mi guardai attorno, sorpresa.

 Era una casa di riposo. 

Mi sentii improvvisamente una ragazzina futile, inutile. Ero a disagio e provavo molta timidezza in quel posto. Percepivo anche uno strano odore, che definirei di “chiuso”. Mi sembrava tutto troppo grande per noi. Tuttavia, i miei futili pensieri erano volati via per sempre.

“ Chi di loro é tuo amico?” le domandai sottovoce.

“ Tutti Orni, soprattutto quelli che non vorrebbero esserlo!” E lanciò uno sguardo verso una signora dallo sguardo all’apparenza ostile.

Mi raccontò proprio di lei, della signora che iniziava a brontolare. Era in uno stadio avanzato di alzheimer. I figli, pur essendo benestanti e avendo ampio spazio nelle loro case, avevano deciso di liberarsi di lei, abbandonandola lì.

“ In che senso?” risposi, accigliata.

Lo sguardo della mia amica si fece cupo, e aspettò di allontanarsi con me per raccontarmi meglio. In pratica, non appena si era ammalata, l’avevano lasciata lì e non erano più andati a trovarla. Se non quell’unica volta all’anno, per gestire i pagamenti e tutte le faccende burocratiche. 

“ Cosa?” 

“ Esatto. Sta molto male, a volte non ricorda neanche chi io sia e mi manda via a male parole, seppur mi conosca ormai da più di un anno. Ovviamente io non me la prendo, so che, in fondo, mi vuole tanto bene. Altre volte invece mi dice che per lei sono come una figlia. Pensa che porto sempre con me un libro e glielo leggo. Quest’anno ne abbiamo letti una decina. Ha dei momenti di lucidità in cui si rende conto di essere stata abbandonata, e non se ne capacita poverina, comprende che forse essere tenuta a casa poteva essere pesante, ma non capisce il disinteresse – perché nessuno venga mai a trovarla o si preoccupi di come sta – mi racconta di tutti i sacrifici che ha fatto per i suoi figli, avevano un bellissimo rapporto – era rimasta vedova molto giovane, non aveva un lavoro e due figli piccoli da mantenere. Ma c’era una cosa che sapeva fare bene, e quella cosa fu quella che la salvò. Ed era la cucina. La signora cucinava benissimo…”
“ Era una cuoca quindi? ” Chiesi.

“ Non esattamente. Nel senso che lei cucinava dolci a casa sua e li vendeva, ne faceva moltissimi. Mi ha anche regalato il suo quaderno di ricette. E siccome nel piccolo paese in cui viveva sapevano tutti che era una brava signora e che il destino non era stato buono con lei, compravano sempre i suoi dolci, per le feste, compleanni, o la domenica al posto di quelli di pasticceria.

 Lavorava tutto il giorno senza mai riposarsi, e così manteneva i suoi due figli e riuscì anche a mandarli all’università. Per tutta la vita non si era mai concessa un solo sfizio, un viaggio, un cinema, una borsa buona, niente di niente. L’unica passione che coltivava, oltre la cucina, era la lettura. Molte persone nel paese, sapendo le condizioni economiche disagiate in cui versava, si procuravano sempre una manciata di libri usati per lei. Leggeva di notte, quando stremata andava a coricarsi anche lei, dopo aver fatto addormentare i due figli piccoli.

Si laurearono entrambi, diventarono medici. Uno dei due insegna pure all’Università qui a Palermo. Pensa che la signora ha anche dei nipoti che non ha mai visto…”

Ricordo che subito dopo aver ascoltato quel racconto, mi sentii bruciare dentro. Provai rabbia, frustrazione, disagio. Ascoltare quella storia così triste, fu come ricevere un pugno dritto allo stomaco. All’improvviso sentii che la signora non era più una sconosciuta per me, ma che volevo anche io diventare sua amica. 

“ Ma che stronzi…!” Risposi d’istinto, a voce un pò troppo alta.

“ Shh! Non possiamo giudicare le scelte degli altri, magari vederla così li fa soffrire troppo…”

“ Tu hai un difetto, vedi sempre il bene in tutti, ma a volte alcune persone fanno semplicemente schifo…”

“ Io ho fatto una cosa che non avrei dovuto fare..”
“ Al tuo solito! Che hai combinato?”
“ Gli ho scritto. Ad entrambi i fratelli. Uno mi ha risposto. L’altro invece no.”

“ E che ti ha detto?”

“ Che verrà a trovarla, anzi, penso che a momenti dovrebbe essere qui.”

“ A capodanno? E tu ci credi?”

“ Orni, da quando sei così pessimista?”

“ Non sono pessimista. Sono realista. Uno che lascia la madre sola in un posto come questo, dopo tutti gli sforzi di lei, dopo una vita di sacrifici per i suoi figli…”

Dopo una mezz’ora il figlio della signora, accompagnato dalla moglie e da un bambino piccolo, si presentarono. Lui era rosso in viso e si guardava attorno come se stesse cercando qualcuno. Era a disagio, si vedeva lontano un miglio. Per un attimo esitò, ed ebbi paura che volesse tornare indietro. In quel momento pensavo : Se prova a farlo dovrà vedersela con me. Lo andrò a prendere e lo trascinerò a viva forza…

La mia amica gli fece segno con la mano, regalando a tutti e tre un infinito sorriso.

Per fortuna, quello fu un momento di lucidità per la signora, che non appena incontrò lo sguardo del figlio, della moglie di lui e del bambino, scoppiò in lacrime, lacrime di gioia. Si abbracciarono, erano tutti commossi.

Anche io non riuscii a trattenermi, e in un attimo i miei occhi bruciavano e lasciavano colare il rimmel sulle guance. Non avevo ancora provato un emozione così forte. Questo é ciò che più mi manca di lei. La capacità di riunire le persone, la forza nel non perdere mai la fiducia negli altri, la perseveranza di aprire gli occhi anche e soprattutto a chi non vuol vedere.

Grazie a lei, non lasciarono mai più la signora da sola, e decisero di riportarla a casa con loro per prendersene cura fino alla fine dei suoi giorni.

Grazie perché sei stata, sei e sarai per sempre la mia migliore amica.

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